Il Negozio Digitale, Da Showroom a Lounge - Parte 3/4

Questo post segue il precedente “Il Negozio Digitale, Il Digital Showroom“, ed è il terzo di una serie di 4 post nella quale racconto una sorta di mia visione “ante litteram” su Content Marketing, omnicanalità, “Everywhere Commerce“, “Customer Journey“, “Digital Retail“ e così via…

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Nel post precedente ho spiegato i concetti e gli approcci sui quali si sarebbe basata la progettazione del nostro format di Digital Showroom per il settore arredamento…ma come sempre il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, e così abbiamo vissuto qualche vicissitudine.

LA PROGETTAZIONE (TRAVAGLIATA)

Definito il concept del Digital Showroom, ho commesso un errore piuttosto serio nella scelta del professionista a cui affidare lo sviluppo del progetto pilota.

Oltre ad un allungamento dei tempi progettuali, altre e più gravi sono state le conseguenze.
Per esempio è stato snaturato il concept ignorando il principio di “progettare come se fosse un temporary, e ciò ha portato ad un lay-out statico e inamovibile.
Poi la progettazione degli arredi specifici (in particolar modo il Bancone dell’area Laboratorio, punto focale del sistema di vendita) non ha seguito il criterio di operare “con arredi sistemici a pannelli” (principio fondamentale per la modularità futura e la fungibilità del brand), bensì ha trasformato questo elemento in un presunto esercizio di stile, con la conseguenza di aver vinto il record per il bancone più costoso della Brianza, e addirittura il paradosso che (una volta montato) “non stava in piedi“.

Tutti errori del sottoscritto in realtà (sarebbe troppo facile addebitarli al professionista): l’errore di non scegliere il professionista giusto, l’errore di non imporre al progettista l’implementazione del concept ideato, l’errore di accettare l’idea di strizzare l’occhio allo showroom “stiloso” (adatto anche ad organizzare dei fantomatici eventi), piuttosto che concentrarsi sull’implementazione di un Digital Showroom concreto, pragmatico, concentrato sulla produzione di risultati di vendita.

Fortunatamente a fine 2015 il professionista di cui sopra si è congedato dopo un mio rarissimo urlo (succede ogni qualche anno), alla scoperta da parte mia che “i pannelli divisori imbottiti“, rimuovibili all’occorrenza per permettere di trasformare lo spazio di vendita in uno spazio per eventi (!), e che hanno condizionato la costruzione di tutto il Bancone (ingigantendone il budget), ebbene questi pannelli “sai…non stanno su perchè il tessuto scivola“.
In quell’occasione avrei potuto rispondere “Te l’avevo detto“, oppure “Sai, è la gravità bellezza!“…invece no, da buon “brianzolo imbruttito” mi è partito l’urlo di cui sopra (me ne sono dispiaciuto parlandone con i miei colleghi, ma le scuse sarebbero state fuori luogo vista la grottesca imperizia).

Lasciata sbollire la furia ho “preso in mano” personalmente il Bancone (da me affettuosamente chiamato “catafalco” qui in Area D.), ho fatto in modo che stesse in piedi senza oscillare anche solo per i flussi dell’aria condizionata, ho fatto stare al loro posto i pannelli imbottiti “che scivolavano” (inutili per gli eventi ma oggettivamente carini), e nei “ritagli di tempo” (approccio purtroppo tipico della piccola impresa), abbiamo così cercato di concludere il travagliato progetto.

 

LE PARETI MAGNETICHE

Nel corso del 2016 ci accingevamo quindi finalmente ad aprire il nostro primo Digital Showroom, e il primo step per implementare il progetto sarebbe stato confermare il preventivo delle pareti divisorie in cartongesso…qualche migliaio di euro per qualche tonnellata di materiale inamovibile, nulla di più lontano dal concept “come se fosse un temporary“.

Abbiamo così progettato un sistema di pareti mobili riutilizzabili…scrivo scherzosamente, se Elon Musk avesse scelto il settore degli allestimenti (anzichè aver questa sua strana idea di cambiare il mondo) ecco che probabilmente le avrebbe fatte così.
3 elementi standard componibili in svariati modi, completamente cablati per il passaggio di dati e corrente, sganciabili e riagganciabili all’infinito attraverso specifici carter di ferro e magneti nascosti.

Veramente splendide, ero veramente soddisfatto per il risultato!
Avremmo avuto il nostro Digital Showroom, progettato come se fosse un temporary, avremmo potuto cambiare e ricambiare layout senza chiamare standisti, elettricisti, senza spendere continuamente risorse preziose.
Unico problema: il primo lotto iniziale di pareti “magnetiche” (per realizzare il nostro primo progetto di 250 metri quadri) sarebbe costato circa 5 volte tanto il preventivo di paretine in cartongesso che poche settimane prima mi accingevo a confermare e (da “piccola impresa” che siamo) non me la sono sentita di procedere.
Stand-by, niente approccio “come se fosse un temporary” (ma il progetto rimane a disposizione per il futuro).

Alla fine avevamo quindi un progetto di uno showroom di arredamento che sarebbe stato:
– piccolo;
– dal lay-out piuttosto tradizionale;
– con il discutibile “bancone / catafalco” come cardine fisico del sistema di vendita digitale;
– con un’Area Tecnica ampia ed orientata a favorire il self-service (positivo);
– “ricco” di tecnologia informativa (positivo);
– “povero” di contenuti emozionali (per investire in tecnologia ed Area Tecnica avremmo scelto di limare sulle ambientazioni).

Le premesse non erano entusiasmanti, tanta spesa e presumibilmente “poca resa“.
Ripresi quindi ad immaginare nuovi format.

 

L’APPARTAMENTO

Non so come è venuta la prima idea, deve essere stato un mix di fonti di ispirazione.
In primis nella concezione originaria del Digital Showroom pensavo ad una efficienza per metro quadro maggiore rispetto alla distribuzione tradizionale, con showroom di media dimensione ai margini delle grandi aree metropolitane, o showroom molto compatti al centro delle grandi metropoli; sono sempre stato orientato alla prima ipotesi, ma sono stato anche (e sono tuttora) aperto all’ipotesi della superficie più compatta in location più prestigiosa.
Secondariamente ci sono brand d’alta gamma che hanno il proprio “flagship store” all’interno di prestigiosi appartamenti (mi viene in mente l’Atelier Giorgetti a Milano).
Infine, c’è l’interessante iniziativa di Lago, con il format degli Appartamenti Lago, una formula distributiva certamente innovativa e culminata nell’iniziativa milanese di Casa Lago.

Un po’ l’idea di superfici compatte nelle grandi aree metropolitane, un po’ lo spunto di brand autorevoli, e devo essermi chiesto: Perchè non facciamo un appartamento?.

Ho immaginato un appartamento con la zona Giorno open space: salotto e soggiorno ovviamente arredati con collezioni del brand, l’area cucina che andasse a ricreare una versione dimensionalmente ridotta del Laboratorio (quindi con le postazioni ad uso dei clienti in visita e l’area tecnica con il campionario completo liberamente fruibile); poi la zona Notte con camera da letto, cameretta / home office e bagno arredati. La perfetta rappresentazione dei valori del brand.

Visto che mi piaceva molto l’espressione “appartamento” proprio per definire il format, mi sono chiesto quali fossero le differenze con un Appartamento Lago.
Due fondamentalmente: nel “nostro” appartamento non sarebbe vissuto nessuno (a differenza dello splendido concept Lago con i “tenant” che vivono nell’Appartamento Lago), e soprattutto nel “nostro” appartamento il Cliente Finale avrebbe avuto la possibilità di configurare ed acquistare direttamente i propri arredi (a differenza dell’approccio Lago che giustamente “direziona” i lead verso i Rivenditori Partner sul territorio).

In pratica, l’Appartamento HomePlaneur sarebbe stata una versione residenziale del modello Digital Showroom, dimensionalmente ridotta ma praticamente basato sugli stessi concetti.

“Bella idea, finalmente ci siamo!”
Peccato che non siano molti gli appartamenti con vie d’accesso e servizi igienici in linea con la normativa sull’accessibilità dei disabili; come non sono molti gli appartamenti con vie d’accesso tali da permettere l’efficiente movimentazione in ingresso e in uscita di beni voluminosi come l’arredo.
Non va bene“.

L’IDEA DEL “LOUNGE”

Cosa può assomigliare ad un appartamento?
Con un “feel” ed un gusto residenziali, ma che sia al tempo stesso come gli spazi commerciali, quindi naturalmente predisposto per favorire l’accesso ai disabili e la movimentazione di merci voluminose?

Idealmente un “locale serale”, praticamente “un appartamento senza la zona Notte”.
N
ominalmente (per fare un minimo di storytelling) un “lounge”.

L’idea è piaciuta al team Area D., e fra pochissimi giorni (il 1° febbraio 2017) apriremo al pubblico qui a Lentate sul Seveso il primo HomePlaneur Lounge.

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Nel prossimo post “Il Negozio Digitale, Il Lounge – Parte 4/4“ racconterò come è nato questo progetto, che potenziale ha, come è strutturato…e non vedo l’ora di pubblicare le prime immagini!